L’Italiade

Cantami o Diva del Democristianeide Letta, che tanti affanni addusse agli italiani. E del suo Governo che a lungo errò lungo le europee sponde…

Fino a settembre, più esattamente il 22, non se ne parla assolutamente di fare qualsiasi cosa. La Germania andrà ad elezioni e noi dobbiamo stare buoni buoni. Si, qualche annuncio di riforme si farà, ma solo l’annuncio perché poi in Parlamento si prenderà tempo fino alle prossime elezioni. Comunicazione, questo sta facendo la politica italiana in un momento critico per il nostro paese. Critico perché bisogna cambiare, mentre in Italia si cambia perché non cambi nulla. Appunto, il nulla. Questo stiamo vivendo. Abbiamo bisogno di decisioni, di riforme, di una spinta per riprendere ad andare avanti. Abbiamo bisogno di fare un bel respiro e ripartire e invece siamo in apnea e cerchiamo senza troppa speranza di arrivare in superficie.

Il cammino verso le riforme che mai si faranno mette all’ultimo posto la riforma della legge elettorale, nonostante gli annunci del Min. Quaglieriello, perché sarà proprio lì che salterà il tavolo della “grande coalizione all’italiana”. Il doppio turno alla francesce voluto dal centrosinistra in cambio del presidenzialismo voluto dal centrodestra. Mai tale compromesso sarà fatto e dunque nessuna riforma, nessuna novità.

Mesi e mesi di annunci per poi non cambiare nulla. Perché la stabilità, in Europa come in Italia, è una garanzia per coloro che sono al potere.

Sul fondo del mare della politica le acque sono agitate. Si preparano divisioni, rotture, nuovi soggetti e il ritorno di morti viventi. Starà poi agli elettori sancire o meno se risorgere e in che modo.

Negli anni Trenta negli USA la Grande Crisi fece sì che si attuassero delle azioni drastiche per rianimare l’economia, in Europa nacquero e si affermarono i totalitarismi. In entrambi i casi lo Stato la fece da padrone nell’economia e solo la II Guerra Mondiale fece uscire il mondo intero dalla crisi economica. La storia insegna e oggi abbiamo gli strumenti per affrontare le difficoltà, usiamoli se ne abbiamo la voglia e le capacità.

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I fatti di ieri e quel che ne resta oggi

Rivedo i tanti video di ieri tra studenti e polizia. Rimango confuso quando guardo gli scontri con la polizia, quando osservo un ragazzo a terra che viene preso a calci in faccia da un cellerino (o poliziotto in assetto antisommossa – quasi fosse una guerra, o forse lo è veramente per loro…) ma rimango anche dispiaciuto dei poliziotti feriti. Cerco di capire le ragioni di entrambe le parti. Il misto di rabbia e di frustrazione mi assale, ma poi l’emozione più forte è la pena che mi fa tutto questo. Pena nel senso di dolore, afflizione per le sofferenze altrui. Altrui lo intendo sia degli studenti che dei poliziotti. I primi manifestano e hanno il diritto di farlo, mentre i secondi hanno il dovere di far rispettare la legge e l’ordine. Come parti in causa sono destinate inevitabilmente a scontrarsi. Soprattutto oggi, in questa Italia di crisi.

Oggi però i due contendenti, perché così ce li presentano (quasi fosse un duello), dovrebbero allearsi perché, senza accorgersene, hanno lo stesso obiettivo: sopravvivere.

Gli studenti lottano contro una prospettiva futura di rinunce, di declino, di crisi e di nessuna prospettiva; i poliziotti dovrebbero capire che potrebbero stare meglio ma continuano a proteggere un potere che non li protegge più ma li usa solo per perpetrarsi.

Oggi è andata così, contiamo i feriti, gli arrestati, i fermati, i sotto processo.

Domani sarebbe bello e non impossibile vedere i ragazzi che con cervello e comprensione si avvicinano ai poliziotti non con caschi, scudi e bastoni ma con le braccia spalancate a dire alleiamoci, stiamo insieme per vivere meglio, sia noi che voi, collaboriamo per manifestare il nostro dissenso ad una situazione di sfruttamento e di dominio che ci toglie il futuro.
Oggi, con meno ideologia di ieri, si ripropone quello che scriveva Pier Paolo Pasolini nel 1968:

A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde
vi leccano il culo. Siete i loro figli,
la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano
non si preparano certo a una lotta di classe
contro di voi! Se mai,
si tratta di una lotta intestina.

Per chi, intellettuale o operaio,
è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea
che un giovane borghese riempia di botte un vecchio
borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera
un giovane borghese. Blandamente
i tempi di Hitler ritornano: la borghesia
ama punirsi con le sue proprie mani.
Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli
che operano a Trento o a Torino,
a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma,
ma devo dire: il movimento studentesco (?)
non frequenta i vangeli la cui lettura
i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono
per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici;
una sola cosa gli studenti realmente conoscono:
il moralismo del padre magistrato o professionista,
il teppismo conformista del fratello maggiore
(naturalmente avviato per la strada del padre),
l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini
contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete.
E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti:
la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia
prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione
al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre
sulla presa di potere.
Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti,
nei vostri pallori snobismi disperati,
nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali,
nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo
(solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia
infima, o da qualche famiglia operaia
questi difetti hanno qualche nobiltà:
conosci te stesso e la scuola di Barbiana!)
Riformisti!
Reificatori!
Occupate le università
ma dite che la stessa idea venga
a dei giovani operai.

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…E POI PER FORZA TI INCAZZI

Lo scollamento tra le persone che vivono la vita di tutti i giorni e i nostri politici – classe dirigente si sintetizza oggi, guardando le prime pagine di qualsiasi giornale, che sia nazionale oppure locale.

Tra la legge che manda in carcere i giornalisti e la nuova (forse) legge elettorale il Parlamento è concentrato su se stesso, per cercare di difendere il difendibile (o meno) e garantire alla casta un futuro; mentre il paese, quello vero, è impegnato a fronteggiare un’emergenza territoriale: il maltempo. Ed è proprio in questa differenza, nelle emergenze, che risalta ancora di più lo scollamento tra la vita reale e quella di palazzo.

Se le crisi e le emergenze fanno risaltare la  vera natura delle persone e delle situazioni umane, queste due che ho appena evidenziato rendono palese lo stato delle cose nel nostro paese. I parlamentari pensano a se stessi, mentre i cittadini piangono i loro morti per un temporale (pur eccezionale che sia). Ogni anno ormai piangiamo la distruzione che la pioggia porta, ogni anno ormai contiamo i morti e i danni che il maltempo causa al nostro territorio, senza chiederci come mai un temporale si trasforma in una tragedia, senza fare un mea culpa per l’utilizzo che abbiamo fatto del territorio. Ma chi deve far sì che il territorio venga rispettato e non abusato? Presto detto: la nostra classe dirigente nazionale. E sottolineo nazionale! A livello locale non ci sono le risorse necessarie per indirizzare un intervento strutturale e migliorare la condizione del territorio. I comuni e le regioni hanno bisogno dell’intervento dello Stato per poter effettivamente migliorare la situazione e garantire una vita sicura ai cittadini. Lo sappiamo bene cosa succederà nei prossimi giorni: il nubifragio in Toscana ha fatto notizia per i morti e non causerà domani un intervento affinché dopodomani ci saranno solamente strade e campi allagati (condizione peraltro inevitabile quando cade così tanta pioggia).

In un paese normale si affronta il problema dei cittadini per evitare altre tragedie, in Italia si affronta il porcellum e la diffamazione a mezzo stampa per salvare almeno la vita ai politici. Tra i due paesi, lo dico a scanso di equivoci, preferisco il primo.

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SAI QUAL’E’ IL PROBLEMA DELLA SICILIA?

Non è il traffico…

C’è chi dice di aver vinto, chi di non aver perso e chi dice che il vero vincitore è il partito dell’astensionismo. Secondo me, se vince l’astensionismo è una sconfitta per tutti perché la maggioranza non si esprime e viene però governata da una maggioranza politica espressa da una minoranza. Allora concludo che quelli del partito dell’astensionismo si vogliono male…

Il voto in Sicilia lo interpreto come un voto non anti-politico, anti-casta, anti-partito ma come un voto contro la classe dirigente che ha governato la Regione. Non a caso il primo partito siciliano oggi è il M5S.  Abbiamo ascoltato tante volte in questi giorni pre-elettorali che la Sicilia ha sempre avuto un ruolo determinante per disegnare gli equilibri nazionali, ma in questo risultato vedo un sentimento regionale che riflette quello nazionale, niente di più. Anche in Sicilia il desiderio di cambiamento è forte.

In una sola cosa la Sicilia anticipa il quadro nazionale: il centro-sinistra da solo non può governare, non arriva ai numeri necessari per poter esprimere una maggioranza parlamentare. E da questo dato si aprono infiniti scenari.

Ma perché il movimento di Grillo è il primo partito in Sicilia e sta riscuotendo consensi in tutta Italia? Presto detto: Si chiedono sacrifici ai cittadini ma per i dirigenti politici questa parola pare non significare nulla. Questa situazione irrita profondamente i cittadini. Ma cosa deve pensare una persona che viene a conoscenza di quanti privilegi hanno i politici? Cosa deve pensare una persona che sa quanti soldi gestiscono i partiti senza l’obbligo della rendicontazione? Cosa deve fare un cittadino che si vede aumentare le tasse e le bollette, ma non lo stipendio, di fronte alla politica che pare insensibile alla parola sacrifici? Di fronte alla difesa della casta l’unica soluzione è premiare chi non appartiene a questa casta. Ed è racchiuso in queste domande il successo del M5S.  Se da una parte si parla il politichese, dall’altra si parla alla gente, alle persone. Al vecchio, poco pulito, si preferisce il nuovo, agitato non mescolato.

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LA TEMPISTICA DEL TEMPO

Riflettevo sul fatto che stiamo vivendo un momento in cui avremmo bisogno di rappresentanti “al passo con i tempi” e invece abbiamo la classe politica più vecchia in Europa.
Dove voglio arrivare? Alla “tempistica del tempo”. Mi spiego meglio. Avere le giuste persone al posto giusto al momento giusto non è facile. Averle al comando è ancora più difficile. Con rammarico scrivo che avremmo bisogno di una classe politica dinamica, veloce, multimediale, aperta, globale e locale, innovativa. Invece abbiamo politici vecchi, stanchi, attenti agli equilibri preesistenti e incapacità o troppo timorosi di produrre novità. Soprattutto oggi avremmo bisogno di politici figli dei tempi, cioè di un mondo globale attento al locale, aperto al diverso, figlio dell’Europa e dell’Unione Europea. Oggi molti giovani appartengono a questo tipo di società. Una generazione che conosce come vivono gli altri cittadini dell’Europa e del mondo, che conosce il valore del diverso e che apprezza la maniera di vivere degli altri europei. Conoscere lo stile di vita di un francese, inglese, tedesco o spagnolo ci potrebbe aiutare a capire meglio i problemi, a comprendere la nostra vita o affrontare le difficoltà quotidiane sapendo che ci sono soluzioni migliori delle nostre o che ci sono stili di vita migliori ai quali possiamo aspirare perché lo fanno anche gli altri. Aver vissuto all’estero, conosciuto altri ragazzi o ragazze europee che ci hanno fatto vivere la loro vita, che ci hanno dimostrato che si può vivere meglio, che c’è un’alternativa migliore. Ma come si può raggiungere questa alternativa con una classe dirigente così, che non ha mai avuto le esperienze che noi abbiamo avuto, che non ha mai viaggiato nè vissuto in altri paesi europei, che non ha mai partecipato alla vita degli altri?

Questo voglio dire. C’è un’alternativa migliore, per noi e per il nostro paese, per l’Europa, per il mondo. Dovremmo essere coscienti di questo, interpretare le istanze dei nostri concittadini e batterci per migliorare la nostra esistenza e migliorare noi stessi per regalare un futuro migliore a chi verrà dopo di noi.

Dobbiamo essere noi gli interpreti di questo cambiamento, senza attendere nè aspettare un segnale. Siamo noi a dover dare inizio ad un’alternativa migliore, ad una vita migliore.

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LA PUZZA DI VECCHIO

I bilanci delle amministrative li lascio agli statistici e ai sondaggisti perché non mi interessano i numeri ma le conseguenze di quello che è cambiato dopo il voto delle amministrative 2012. Ormai è chiara la volontà dei cittadini italiani di cambiare, di aprire le finestre e far uscire la puzza di vecchio che questa crisi economica ha reso insopportabile.

Quello che è ormai palese è che un’intera classe dirigente si sta arroccando a difesa del potere acquisito mentre fuori i cittadini lanciano segnali di apertura a nuove istanze e nuove esigenze che appartengono a tutti. Bisogna uscire dalla crisi è vero. Bisogna farlo attraverso gli strumenti della politica. Ma come facciamo se il segnale che arriva dalla nostra classe dirigente è quello di una chiusura totale? Eppure basterebbe pochissimo per far felice il popolo. Tagliarsi lo stipendio, rinunciare a qualche auto blu, tagliare i privilegi, fare qualche riforma. In un momento storico in cui si perde il lavoro, in cui gli imprenditori si tolgono la vita per i debiti (e molti sono creditori della Pubblica Amministrazione che non paga) non rinunciare a nulla aumenta solo il risentimento e il disprezzo verso la casta.

Perché è giusto chiamarla CASTA! Perché è un gruppo chiuso, impossibile da penetrare se non si sta alle loro regole, perché è un gruppo piccolo che decide per tutti. Perché poche persone decidono chi farà parte della casta e chi no. E’ vero che non è per diritto di nascita (altrimenti vivremmo nel feudalesimo) ma questa è una oligarchia bella e buona. Una oligarchia che non sa cosa è il merito, che non sa cosa vuol dire “guadagnarsi il pane”, che non sa cosa vuole il popolo.

Come si fa a parlare di riforme struttrali, di riforma elettorale e di riforma dello Stato se molti dei parlamentari che siedono a Montecitorio o a Palazzo Madama sono lì per il vitalizio? Come si fa a chiedere al peggior parlamento italiano nella storia della Repubblica per qualità dei suoi membri di riformare oggi il sistema elettorale? E’ come fare un referendum tra i lavori a tempo indeterminato e chiedergli “Se voti sì, domani potresti perdere il tuo posto di lavoro”. Tu voteresti si? Solo se sai che sei bravissimo nel tuo lavoro e che non ti potranno mandar via. Ed ecco qui che rientra il discorso del merito. In politica il merito è far bene il proprio lavoro, rispettare il mandato con gli elettori e rispettare le loro istanze, rappresentare il territorio e non i meri interessi economici. La politica è ascolto, comprensione, scelta delle priorità, lungimiranza e saper prendere delle decisioni. I cittadini vogliono cambiamento e trasparenza.

Oggi tutto questo non corrisponde minimamente all’idea di politica che mi ero fatto. Oggi puzza tutto di vecchio.

La crisi genera cambiamento…che sia la volta buona. Ben venga il nuovo.

PS – Non vale neanche cambiare nome alle cose per far in modo che cambino…….

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VALE LA PENA LEGGERLO

Massimo Gramellini su La Stampa del 8 maggio 2012

Un no ai partiti non alla politica

Si può buttarla sul ridere e dire che Grillo non è una sorpresa: in fondo sono vent’anni che gli italiani votano un comico. Oppure strillare contro la vittoria dell’antipolitica, come fanno i notabili del Palazzo e i commentatori che ne respirano la stessa aria viziata. Ma conosco parecchi nuovi elettori di Grillo e nessuno di loro disprezza la politica. Disprezzano i partiti. E credono, a torto o a ragione, in una democrazia che possa farne a meno, saltando la mediazione fra amministrati e amministratori.

La storia ci dirà se si tratta di un gigantesco abbaglio o se dalla rivolta antipartitica nasceranno nuove forme di delega, nuovi sistemi per aggregare il consenso.

Ma intanto c’è questo urlo di dolore che attraversa l’Italia, alimentato dalle scelte suicide e arroganti compiute da un’intera classe dirigente.

Non si può certo dire che non fosse stata avvertita. I cittadini stremati dalla crisi hanno chiesto per mesi alla partitocrazia di autoriformarsi. Si sarebbero accontentati di qualche gesto emblematico. Un taglio al finanziamento pubblico, la riduzione dei parlamentari, l’abolizione delle Province. Soprattutto la limitazione dei mandati, unico serio antidoto alla nascita di una Casta inamovibile e lontana dalla realtà. Nel dopoguerra il grillismo meridionale dell’Uomo Qualunque venne dissolto dalla Dc di De Gasperi nel più semplice e intelligente dei modi: assorbendone alcune istanze. Purtroppo di De Gasperi in giro se ne vedono pochi. La limitazione dei mandati parlamentari è da anni il cavallo di battaglia dei grillini. Se il Pdl di Alfano l’avesse fatta propria, forse oggi esisterebbe ancora. Ma un partito che ai suoi vertici schiera reperti del Giurassico come Gasparri e Cicchitto poteva seriamente pensare di esistere ancora? Il Pd ha retto meglio, perché il suo elettorato ex comunista ha un senso forte delle istituzioni e dei corpi intermedi – partiti, sindacati – che le incarnano. Ma se il burocrate Bersani, come ha fatto ancora ieri, continuerà a considerare il grillismo un’allergia passeggera, lo tsunami dell’indignazione popolare sommergerà presto anche lui.

La riprova che il voto grillino è meno umorale di quanto si creda? Grillo non sfonda dove la politica tradizionale riesce a mostrare una faccia efficiente: a Verona con il giovane Tosi e a Palermo con il vecchio Orlando (percepito come un buon amministratore, magari non in assoluto, ma rispetto agli ultimi sindaci disastrosi). La migliore smentita alla tesi qualunquista di chi considera i grillini dei qualunquisti viene dai loro stessi «quadri». Che assomigliano assai poco a Grillo. Il primo sindaco del movimento, eletto in un paese del Vicentino, ha trentadue anni ed è un ingegnere informatico dell’Enel, non un arruffapopoli. E i candidati sindaci di Parma e Genova non provengono dai centri sociali, ma dal mondo dell’impresa e del volontariato. Più che antipolitici, postpolitici: non hanno ideologie, ma idee e in qualche caso persino ideali. Puntano sulla trasparenza amministrativa, sul web, sull’ambiente: i temi del futuro. A volte sembrano ingenui, a volte demagogici. Ma sono vivi.

Naturalmente i partiti possono infischiarsene e bollare la pratica Grillo come rivolta del popolo bue contro l’euro e le tasse. È una interpretazione di comodo che consentirà loro di rimanere immobili fino all’estinzione. Se invece decidessero di sopravvivere, dovrebbero riunirsi da domani in seduta plenaria per approvare entro l’estate una riforma seria della legge elettorale, del finanziamento pubblico e della democrazia interna, così da lasciar passare un po’ d’aria. Ma per dirla con Flaiano: poiché si trattava di una buona idea, nessuno la prese in considerazione.

 

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COSI’ IN EUROPA COSI’ IN ITALIA

Finite le tornate elettorali in Francia, Grecia e Italia l’Europa oggi si interroga sul suo futuro.

La realtà più difficile da affrontare è  la Grecia, le cui prospettive non sono positive. Lo stallo politico in un paese a rischio default, i prestiti europei e le grandi esposizioni che hanno le banche italiane, francesi e tedesche nei confronti dei titoli di debito pubblico greco mettono a rischio l’intera area dell’euro. Se non si stabilizza la situazione politica greca, se le forze estreme anti-euro dovessero produrre una situazione di stallo decisionale e la Grecia decidesse di tornare alle urne o alla Dracma…poveri noi. Altro che austerità.

In Francia invece, la sconfitta di Sarkozy ha favorito Hollande che vuole riportare al centro del dibattito economico le misure per la crescita. La Merkel ha già dichiarato che non rinuncerà all’austerità. Adesso, quindi, si deve tenere sotto osservazione le prossime mosse diplomatiche che farà la Francia per ammorbidire la posizione tedesca e fare i conti con i vincoli dei tecnocratici europei, che governano l’area euro. Il difficile per Hollande viene ora: riuscire ad ottenere una politica economica di tipo espansivo in una Europa dominata dalla Germania e dai tecnocrati che invece perseguono l’austerità. Quando Hollande dovrà fare i conti con i vincoli che l’Europa impone?

E l’Italia? Il Bel paese ha già il suo governo di tecnocratici e così come in Europa, anche noi dobbiamo fare i conti con i tecnici, che ci impongono l’austerità, attendono di inserire misure sulla crescita e sono con il fiato sospeso per le sorti della Grecia. I nostri tecnici sono tranquilli, perché sanno che non si andrà al voto, o se ci si andrà, saranno riconfermati (come prospettato da Giovanni Sartori sul Corriere ) magari con un partito della nazione a loro sostegno.

Le amministrative in Italia hanno sancito il crescere di un sentimento anti-politici (e non di anti-politica). Adesso bisogna capire soprattutto quali saranno gli ordini di Berlusconi ad Alfano e cosa vorrà fare il PdL, ormai in caduta libera. Ma se il PdL piange e la Lega Nord recita l’estrema unzione, anche la sinistra non può ridere. I grillini hanno ottenuto ottimi risultati quasi ovunque . Tutto ciò si poteva prevedere visto la loro campagna elettorale organizzata ad intercettare il sentimento anti-politici dominante nella Paese. Il merito dei Grillini è presentare, raccogliere e trasformare politicamente le istanze anti-politici presenti in Italia. I partiti tradizionali, dominati dai politici, devono raccogliere questa sfida, soprattutto in questo momento storico, sapersi rinnovare e dare un segnale di cambiamento chiaro a tutto il Paese. Il referendum “anticasta” in Sardegna sia di monito a tutti.

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Monti si Monti no sempre Monti sarà

Giovanni Sartori sul Corriere della Sera del 4 aprile 2012

UNO SCENARIO PER IL GOVERNO MONTI

Lo stato anfibio funziona male

Le costituzioni ottocentesche erano più previdenti delle nostre. In genere prevedevano uno stato di necessità, di emergenza o di assedio (che in Italia il governo Facta chiese invano nel 1922 per fermare la marcia su Roma di Mussolini). Ma non è più così. Tantovero che il presidente Napolitano ha dovuto inventare, per fronteggiare un nostro collasso economico-finanziario, una sorta di «stato anfibio»: un governo tecnico, o di tecnici, che però deve ottenere per ogni suo disegno di legge l’approvazione delle Camere. Il risultato è che se il governo Monti non pone subito la fiducia i provvedimenti del governo rischiano di impantanarsi o di essere stravolti da troppe o anche contrastanti modifiche. Insomma, il «governo anfibio» funziona poco e male. Come rimediare?

Il governo Monti dovrebbe durare, dicono tutti (non so se in buona o mala fede) sino alla regolare fine della legislatura. Ma se così fosse lascerebbe, temo, molti, anzi troppi, problemi irrisolti. L’alternativa è di forzare la mano, di porre sempre, o quasi sempre, la fiducia, fino a quando non verrà negata (ed è facile pensare a una diecina di provvedimenti che Berlusconi proprio non vuole, costringendo così il suo partito a votare la sfiducia). E siccome la Lega si è data all’opposizione ad oltranza, se il Pdl vota contro il governo la sfiducia è sicura.

Tragedia? No. In tal caso Monti doverosamente presenta le dimissioni, il presidente Napolitano accerta che in questo Parlamento non ci sono, come non ci sono, credibili alternative di governo, e quindi dovrà indire nuove elezioni confermando Monti in carica «per il disbrigo degli affari ordinari». Ma in questo momento gli affari sono quasi tutti urgenti e straordinari; in questa situazione c’è poco di «ordinario». Pertanto Monti dovrà continuare ad avere, in effetti, pieni poteri di governo. E visto che i furbacchioni dei nostri partiti non hanno ancora cambiato la legge elettorale, il Porcellum, e con esso lo smisurato premio di maggioranza per il primo arrivato, è sicuro (oso spericolarmi a predire) che il primo arrivato sarà, da solo e senza bisogno di alleati, proprio Monti (che non dovrebbe avere difficoltà nell’improvvisare un partito elettorale di candidati degni e «puliti»).

Conosco l’obiezione: se non c’è Monti cade tutto, finiamo come la Grecia. Ma la realtà – nel mio scenario – è che Monti c’è sempre. Pertanto la prospettiva, per la comunità internazionale che ci sorveglia, sarà di un Monti più forte e più consolidato di quanto non lo sia oggi. Non dobbiamo aver paura di un interregno che poi è apparenza più che sostanza. Dobbiamo semmai aver paura di un Monti invischiato in Parlamento da questo Parlamento, o anche in uscita anzitempo. Semmai dobbiamo temere che nemmeno cinque anni possano bastare per rimediare al non-fatto e al malfatto degli ultimi venti-venticinque anni. La recessione, nelle sue cause, parte da lontano. E i rimedi, specie per i Paesi che, come il nostro, sono indebitati oltre ogni limite di decenza, sono difficili da trovare. Persino per i tecnici.

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Prima…Seconda….

Abbassa la frizione, metti la prima e…acceleratore, frizione di nuovo inserisci la seconda e vai spingi più a fondo il gas, la macchina si alza, giù la frizione, terza e ancora giù l’acceleratore…

Detto così sembra facile, quasi un gioco.

Peccato che in Italia siamo rimasti alla prima, di repubblica. Una repubblica lenta, appartenente ad altre velocità. Una marcia che andava bene in un altro mondo, diviso in due, che ci faceva andare avanti a bassa velocità, tranquilli, sempre con la benzina garantita, al sicuro da incidenti ed imprevisti.

La seconda Repubblica non è mai stata. Non esiste. L’Italia è rimasta ferma agli anni ’90 quando il mondo si è scoperto multipolare, le varie barriere sono definitivamente crollate e noi abbiamo scoperto che dovevamo cominciare ad accelerare per andare avanti.

Abbiamo pensato che con Tangentopoli avremmo inserito sta seconda e poi la terza e tutte le altre marce sarebbero venute da  sè…ma ci sbagliavamo. Non era sufficiente cambiare la vernice se poi il motore e la carrozzeria rimanevano le stesse. Invece di cambiare l’auto abbiamo cambiato un po’ di colori e ci siamo accontentati di pensare che avevamo la macchina nuova. In realtà abbiamo cambiato tutto per non cambiare nulla.

In 20 anni la vernice si è staccata e rieccoci di nuovo con la macchina vecchia.

Il mito della seconda repubblica è crollato, insieme al berlusconismo. Come può finire una Repubblica se la struttura che la sostiene non viene alterata? Non sono mai cambiate le leggi che regolavano il nostro Stato, che è rimasto a bicameralismo perfetto, con gli stessi regolamenti parlamentari della prima repubblica, con gli stessi iter di sempre. Se carta canta, la nostra Costituzione grida! L’unica cosa che hanno modificato è stata la struttura dello Stato: abbiamo creato le Regioni ma non gli abbiamo dato la possibilità di interloquire direttamente con lo Stato (Senato federale). Tale fenomeno degno delle nostre menti eccelse ha un nome scientifico: paradosso all’italiana.

Oggi si potrebbe dar vita ad una seconda repubblica. Bisogna modificare la carta costituzionale per dare agli elettori la possibilità di scegliere veramente il loro premier (e non solo dal nome su un simbolo) così come i loro parlamentari, il Parlamento deve diventare più dinamico con una camera bassa nazionale e una camera alta federale, con un mandato elettorale legato, vincolato al territorio, che ascolti i bisogni dei cittadini e li provi a risolvere. Pensare oggi che si possa fare tutto questo è pure utopia, purtroppo. Abbiamo uno dei parlamenti peggiori di tutta la nostra storia repubblicana. Se i nostri “leader” continuano a delegare al Governo l’iniziativa legislativa e non capiscono che tocca a loro, ai politici e non ai tecnici, tirar fuori il Paese dal pantano…stiamo messi male. Il potere legislativo appartiene al Parlamento, ma quello attuale è una macchina ingolfata, vecchia e con il motore mal funzionante. Si potrebbe migliorare, lavorandoci un po’….ma in un Parlamento di garantiti chi ha voglia di lavorare?

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